Coronavirus Reggio Calabria, Aloisio: «Anticipare la chiusura dei locali non è la soluzione»

I due ultimi DPCM, quello del 13 e del 18 ottobre, introducono una serie di norme più stringenti per limitare la diffusione del Covid-19 in relazione alla crescita continua di nuovi contagi in tutto il territorio nazionale.

 
Fermo restando l’assoluta priorità del contenimento dell’epidemia sanitaria a salvaguardia della salute pubblica, non possiamo ne dobbiamo dimenticare un’altra epidemia, anch’essa devastante, che sta già martoriando il Paese e rischia di esplodere definitivamente in tutta la sua virulenza: quella economica.
 
Ecco perché, pur approvando la ratio della linea prudenziale perseguita dal Governo, non sono d’accordo su alcune delle norme emanate e nello specifico quelle riguardanti la chiusura anticipata dei pubblici esercizi che, con l’ultimo DPCM, sono state ulteriormente accentuate.
 
L’intento dell’Esecutivo è chiaro: frenare la “movida” che si crea soprattutto la sera nei pressi di alcuni locali.
 
Siamo però sicuri che questo sia il metodo giusto? Quello di anticipare la chiusura?
Io ritengo di no.
 
La verità e che i pubblici esercizi, bar, pub, ristoranti, non sono il problema ma al contrario potrebbero essere parte della soluzione.
 
Se partiamo dall’assunto, credo non contestabile, che la movida non si genera all’interno dei locali ma all’esterno, nella pubblica via, chiudere da un certo orario in poi queste attività che oggi, grazie alle ferree regole a cui devono sottostare sono un presidio di legalità, avrà l’effetto di far spostare la gran parte dei giovani in contesti molto più frammentati e difficili da controllare: case private, spiagge, parchi e quant’altro.
 
Se invece di imporre limitazioni così draconiane che, oltre a rischiare di acuire le criticità che dovrebbero contrastare colpiscono ulteriormente uno dei settori che più ha sofferto la crisi, si fosse avviato un vero confronto collaborativo con le associazioni rappresentative del comparto, probabilmente si sarebbe potuta attuare una strategia che avrebbe visto negli imprenditori i primi alleati nel coadiuvare le forze dell’ordine così da garantire il rispetto delle disposizioni in vigore facilitando un migliore ed efficace controllo del territorio.
 
Oltre a ciò, continuare a ribaltare i costi della crisi sulle spalle delle piccole e piccolissime imprese non è né giusto né sostenibile.
 
Per tale motivo se si impedisce o si limita pesantemente l’attività di un’azienda, direttamente o indirettamente, si devono ristorare le perdite che è costretta a subire tramite norme chiare, semplici e soprattutto veloci. Cosa che non è avvenuta, se non in maniera parziale e assolutamente insufficiente in occasione del Lockdown.
 
Inoltre troppe disposizioni degli ultimi decreti non sono chiare o non se ne comprende la logica. Chi dovrà decidere dell’eventuale chiusura di strade e piazze? Il Sindaco? Il Prefetto? Il Presidente della Regione? E come si dovrà concretamente attuare la norma dato che si deve garantire “l’accesso e il deflusso agli esercizi commerciali legittimamente aperti e alle abitazioni private”? Se un matrimonio, una comunione, una laurea, vengono festeggiati con una semplice cena devono sottostare alle disposizioni che regolano l’attività dei ristoranti o a quelle che limitano gli invitati ad un massimo di trenta? Dato che la norma limita a non più di trenta i partecipanti alle “feste conseguenti alle cerimonie civili o religiose”, un compleanno, che non è una “cerimonia”, si potrà festeggiare senza dover tener conto di questi vincoli? E perché si possono organizzare fiere nazionali e internazionali e non sagre e “fiere di comunità”, termine per altro da interpretare dato che non esiste nel nostro ordinamento?
 
La mancanza di chiarezza rende ancor più difficile alle imprese, ma anche ai cittadini, rispettare le regole, ingenerando confusione e incertezze che, proprio in questo particolare periodo, dovrebbero accuratamente essere evitate.
 
Per ultimo, sarebbe sbagliato e riduttivo ricondurre in maniera preponderante alla “movida” l’espandersi del contagio.
 
L’apertura delle scuole, ad esempio, è stata gestita in maniera quantomeno superficiale. Si sarebbero potuti effettuare controlli preventivi a studenti e docenti prima dell’inizio dell’anno scolastico, il tempo c’era, ma nulla di ciò è stato fatto tranne dotare le aule di banchi singoli provvisti di rotelle con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Scelte sbagliate che si aggiungono a quelle di una gestione inadeguata del trasporto pubblico, che avrebbe dovuto essere potenziato per evitare assembramenti, e del sistema sanitario che, dopo mesi in cui si sarebbero potuti incrementare posti di terapia intensiva e assumere altro personale, si fa trovare nella gran parte dei casi ancora impreparata e in affanno.
 
Errori che alla fine pagano sulla propria pelle soprattutto gli esercenti, i loro dipendenti, i fornitori, i collaboratori e tutto l’indotto di un tessuto economico ormai al collasso.
 
Dobbiamo contenere il contagio sanitario, questo non è in discussione, ma anche il tracollo economico, altrimenti forse non moriremo di Covid ma rischieremo seriamente di morire di fame.

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